Obesità infantile: focus sulle cause principali

Malnutrizione per difetto e malnutrizione per effetto: le due facce di una stessa medaglia che si chiama “mondo”. Mentre una parte del mondo muore ogni a causa della prima, l’altra parte del mondo si caratterizza per un eccessivo consumo di cibo e per una vera e propria epidemia di obesità, tanto da parlare di “globesity”. Le due parti del mondo sono oggi accomunate dalla pandemia da COVID-19 in corso che, in entrambi i casi, non fa altro che esacerbare la condizione di partenza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’obesità come una condizione caratterizzata da eccessivo peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo, in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute.

Tale condizione riguarda sia l’età evolutiva sia l’età adulta. È stato dimostrato che affonda le sue radici durante l’infanzia: sempre più studi dimostrano, infatti, che le abitudini alimentari dei primi anni di vita possono influenzare il comportamento alimentare dell’adulto. Se questo è vero, è altrettanto veritiero che un’inversione di tendenza del trend è possibile, ossia che l’obesità ed i suoi effetti negativi sull’accrescimento e sullo stato di salute si possono prevenire agendo sulle cause.

Quali sono le principali cause dell’obesità?

L’eziologia è certamente multifattoriale e chiama in causa la genetica quanto l’ambiente. In merito al fattore genetico è stato dimostrato che i figli di uno o entrambi i genitori obesi hanno una maggiore probabilità di essere obesi.

Tra i fattori ambientali è possibile annoverare tanto il fattore alimentare, quanto la sedentarietà quali contributori allo sviluppo dell’obesità.

L’alimentazione deve essere sana, varia e bilanciata, ossia “cucita su misura” per il bambino in funzione principalmente della sua crescita staturo-ponderale, della sua composizione corporea e dei suoi livelli di attività fisica.

Non si deve dimenticare inoltre che l’alimentazione non è semplice soddisfazione del bisogno biologico, ma ha anche valenza emozionale/affettiva: il cibo è, fin dalla nascita, uno dei principali mediatori nella relazione col mondo. 

Le principali strategie nutrizionali volte alla prevenzione del rischio sovrappeso e obesità sono di seguito riportate:

  • Consumare cinque pasti giornalieri, partendo da una buona colazione
  • Rispettare una corretta idratazione, evitando le bevande zuccherate
  • Eliminare i cosiddetti  junk food (cibi spazzatura) privi di nutrienti e ricchi di grassi (saturi e idrogenati), zuccheri e conservanti
  • Aumentare il consumo di frutta e verdura

Indagini sul consumo alimentare dimostrano l’abuso di “cibi spazzatura” e bevande zuccherate, nonché la scarsa frequenza di assunzione dei vegetali o che gli stessi sono addirittura rifiutati dai bambini per ragioni di gusto e spesso “sostituiti” dai genitori sulla tavola con cibi appartenenti ad altri gruppi alimentari. Risultano calzanti, a tal proposito, le parole del prof. Umberto Veronesi: “Se i genitori mangiano tanta frutta e verdura e sulla tavola la frutta non manca mai, se  in casa  i dolci non esistono, allora le tendenze alimentari dei bambini si orienteranno di conseguenza”.

Oltre ai fattori alimentari, un ruolo fondamentale per lo sviluppo di sovrappeso ed obesità infantili è riconosciuto alla scarsa attività motoria e alla sedentarietà.  Lo stile di vita odierno, impregnato di tecnologia ed automazione, ha lo svantaggio di ridurre al minimo sforzo le attività quotidiane e questo aspetto assume maggiore significato all’indomani di un lungo periodo di lock-down. I bambini moderni sempre più “vittime” della “videodipendenza”, oltre che sempre meno abituati a camminare e a giocare all’aperto.

La diffusione del fenomeno obesità è una problematica sociale da contrastare ad ogni livello possibile, a partire da casa e passando per la scuola, fino alle istituzioni partendo dall’educazione alimentare destinata a famiglie e bambini, utile per fornire strumenti di “alimentazione consapevole”. Un bambino normopeso non è solo un bambino in salute, ma sarà anche un adulto con minore probabilità di sviluppare patologie, senza dimenticare il ridotto impatto ambientale derivante da scelte alimentari più sane ed equilibrate.

Estate e ritenzione idrica? I consigli per combatterla

La ritenzione idrica e le gambe gonfie sono condizioni che, in conseguenza del caldo, per effetto della vasodilatazione, tendono ad aumentare durante l’estate e ad affliggere soprattutto le donne. Tra le cause principali della ritenzione idrica, in assenza di patologie specifiche, lo stile di vita poco equilibrato occupa una parte preponderante.

La sedentarietà, l’alimentazione scorretta, unitamente al processo infiammatorio a carico del tessuto adiposo e dell’alterazione del microcircolo, sono fattori che facilitano l’accumulo di liquidi.

Risulta fondamentale, pertanto, agire sulla causa piuttosto che sull’effetto.

COME?

Di seguito qualche consiglio anti-cellulite:

  • Garantire l’equilibrio nutrizionale, in termini di ripartizione dei macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi) e di distribuzione dei pasti della giornata alimentare (colazione, spuntino, pranzo, merenda, cena).
  • Bere 1.5- 2 litri di acqua al giorno, eventualmente con ½ limone premuto al mattino. Da ricordare:
    • Non bere ai pasti principali. È ottimale bere 2 bicchieri di acqua prima di pranzo e cena, ma non subito dopo.
    • Non scegliere bevande gassate e zuccherate pensando che siano rinfrescanti e reidratanti. Preparare e consumare piuttosto le “acque vegetali”, anche note come “detox” e assumi tisane fredde soprattutto con proprietà drenanti.
  • Evitare zuccheri semplici (zucchero, dolciumi, bevande zuccherate).
  • Preferire vegetali aventi proprietà drenanti, anche sotto forma di succhi, concentrati, estratti: carciofi, finocchio, indivia, cicoria, cetrioli, pesche, fragole, ananas.
  • Ridurre l’apporto di sale e di sodio con la dieta, scegliendo prodotti a basso contenuto di sale e sodio (vedi tabella).
Il sale: come ridurlo, dove trovarlo e come sostituirlo - Daniela ...

Privilegiare alimenti freschi piuttosto che quelli conservati/industriali, evitare snack e patatine, insaccati e formaggi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di consumare meno di 5 grammi di sale al giorno (1 cucchiaino da thé) tenendo conto di quello aggiunto alle pietanze e di quello già contenuto nelle stesse. Utilizzare le spezie per dare sapore alle tue preparazioni.

  • Assicurare l’apporto giornaliero di fibre (vedi tabella).
  • Favorire il consumo di alimenti antiossidanti, alla luce del loro effetto protettivo sul microcircolo. Oltre all’utilizzo di rimedi fitoterapici a base di mirtillo, centella, ippocastano, pilosella, è consigliato di assumere alimenti ricchi di antiossidanti naturali sulla base dell’indice ORAC (capacità di assorbimento del radicale ossigeno) (vedi esempi nell’immagine).
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Svolgere regolare attività fisica e praticare massaggi specifici o pressoterapia possono contribuire a potenziare la muscolatura e a migliorare la funzione cardiovascolare.

Quando il DNA incontra il cibo: nutrigenetica e nutrigenomica

La nutrigenetica è una moderna scienza in grado di individuare un link tra nutrizione e genetica. Studi scientifici recenti dimostrano che ciascun individuo risponde in maniera soggettiva all’alimentazione e che questa soggettività è correlabile al patrimonio genetico, ossia al nostro DNA.

Nel nostro DNA possono essere presenti variazioni genetiche, anche minime, a causa delle quali possono verificarsi risposte “errate” dell’organismo all’introduzione di determinati alimenti.

La ricerca scientifica sta progredendo nel senso della genomica nutrizionale, che coinvolge, oltre alla nutrigenetica, anche la nutrigenomica. Entrambe le discipline rientrano in una nuova dimensione della medicina, nota come medicina di precisione e predittiva, che, partendo dal background genetico di un soggetto, può individuare la predisposizione a determinate patologie e fornire lo spunto per correggere lo stile di vita, in maniera tale da minimizzarne il rischio. Un nuovo concetto di prevenzione si fa dunque strada grazie alle conoscenze ottenute dal Progetto “Genoma Umano”, progetto di big science di durata decennale avente l’obiettivo di conoscere la sequenza dei geni della specie umana e la loro posizione sui vari cromosomi, costruendo così una mappa del genoma umano.

L’obiettivo finale della medicina predittiva in ambito nutrizionale è quello di mettere in atto strategie health-promoting a tavola per la prevenzione di patologie partendo dal genotipo individuale. Geni ed ambiente (ad esempio dieta, stile di vita, stress, farmaci) infatti agiscono sinergicamente e con un effetto sullo stato di salute che può essere sia positivo che negativo, in quanto, sebbene l’assetto genetico individuale sia immodificabile, la componente ambientale, con particolare riferimento alle abitudini alimentari, può influenzare l’espressione di determinati geni intervenendo sulla predisposizione a determinate patologie (nutrigenomica). Per quanto cominci ad emergere recentemente il concetto secondo il quale l’influenza della dieta sul bilancio salute/malattia dipende anche dal corredo genetico, le interazioni geni/nutrienti sono ancora in parte oggetto di studio e molto rimane da decodificare.

Risulta chiaro, tuttavia, che un approccio nutrizionale completo dovrebbe tenere in considerazione che, ad ogni atto alimentare, non mangiamo solo chilocalorie, ma mangiamo soprattutto molecole: tanto i componenti bioattivi del cibo (“amici”), quanto gli interferenti endocrini (“nemici”), possono fungere da modulatori dell’espressione di specifici geni.

In conclusione, è importante sottolineare, dunque, la possibilità di direzionare schemi alimentari sulla base del DNA, improntati quindi su aspetti che, rispondendo alla più totale personalizzazione, si affiancano ai dettami generali in tema di nutrizione nella direzione del raggiungimento di un benessere personalizzato e assoluto.

Equilibrio intestinale e salute

L’intestino umano, il nostro “secondo cervello”, è popolato da un vasto pool di microrganismi, noto come microbiota intestinale. Il microbiota è costituito da circa 200 specie di microgranismi aventi un peso di 1.5-2 kg ed è dotato di un proprio patrimonio genetico, noto come microbioma.

La connessione tra cervello e intestino (asse intestino-cervello), oltre che con il microbiota, influenza in maniera significativa il nostro stato di salute. Diversi fattori, tra cui l’alimentazione, possono concorrere ad una condizione di equilibrio della popolazione batterica intestinale (eubiosi) o ad un alterato equilibrio della stessa (disbiosi).

Oltre alla cattiva alimentazione, contribuiscono allo stato di disbiosi anche il fumo, l’alcol, la sedentarietà, lo stress e l’abuso di farmaci, soprattutto antibiotici e lassativi. 

L’alterazione della flora batterica è associata a sintomi intestinali e sintomi extraintestinali, tra i quali:

  • gonfiore (soprattutto post-prandiale) e dolore addominale
  • alterazioni dell’alvo (stitichezza o diarrea)
  • meteorismo
  • maggiore suscettibilità a cistiti e candidosi

ma anche

  • malessere generale e disturbi del sonno

Microbiota e salute

Il microbiota è in grado di influenzare lo stato di salute intestinale, ma soprattutto lo stato di salute generale, in quanto svolge ruoli fondamentali nell’organismo tra cui la funzione digestiva e quella immunitaria. Nel dettaglio, i microrganismi intestinali sono deputati ad espletare i seguenti ruoli:

  • funzione di barriera contro i patogeni
  • regolazione dell’assorbimento dei nutrienti
  • produzione di energia 
  • regolazione della tolleranza immunologica

Funzione digestiva. Dal punto di vista digestivo, i batteri sono fondamentali per la fermentazione della fibra. Gli acidi grassi a catena corta (SCFA) sono i principali metaboliti prodotti dalla fermentazione batterica delle fibre alimentari, ma hanno anche un ruolo importante nel circuito di comunicazione tra intestino e cervello. Oltre a mantenere integra la barriera intestinale e ad influenzare la produzione di muco nel tratto gastrointestinale, gli SCFA interagiscono con i recettori espressi principalmente nelle cellule endocrine e immunitarie, nei reni, nel sistema nervoso e nei vasi sanguigni.

Funzione immunitaria. I batteri della flora batterica intestinale risultano essere la prima barriera alla colonizzazione del nostro corpo da parte di batteri patogeni. La barriera intestinale, oltre ad agire da barriera fisica superficiale, funge anche da barriera funzionale più profonda, in grado di discriminare tra le specie microbiche commensali e quelli patogeni. La barriera profonda è rappresentata da una complessa rete di cellule immunologiche, organizzate in un sistema specializzato e compartimentalizzato conosciuto come “gut associated lymphoid tissue” o GALT. Attraverso un complesso meccanismo di interazione tra la flora microbica residente e il sistema immune mucosale, la traslocazione degli agenti patogeni nei tessuti sottostanti è inibita, mentre l’alterazione di questo equilibrio (permeabilità intestinale) determina il passaggio del contenuto luminale verso i tessuti sottostanti e dunque nel circolo sanguigno, con una conseguente attivazione della risposta immunitaria.

La disbiosi e la permeabilità intestinale sono alla base della patogenesi di molte patologie gastroenterologiche e non, tra cui l’enterocolite infettiva e le malattie infiammatorie croniche intestinali, ma anche il cancro, l’artrite reumatoide, la spondiloartrite, la sarcopenia, il diabete mellito di tipo 1, la sindrome metabolica, la steatosi epatica non alcolica, la demenza e molte patologie croniche.

Infiammazione e nutrizione: quale link?

Le notizie relative all’emergenza da COVID-19 chiamano spesso in causa la necessità della riduzione dell’iperinfiammazione e del distress respiratorio nei pazienti affetti. Infatti, le complicanze più gravi del COVID-19 sono dovute ad una tempesta di citochine, ossia molecole che si esplicano il ruolo di segnali di comunicazione tra le cellule del sistema immunitario, ad azione pro-infiammatoria.

Approfittiamone allora per chiarire che cos’è l’infiammazione e soprattutto per porre l’attenzione sull’infiammazione cronica di basso grado.

Che cos’è l’infiammazione?

L’infiammazione è la prima risposta del sistema immunitario agli attacchi esterni, dunque un meccanismo di difesa che mira ad eliminare la causa.

INFIAMMAZIONE ACUTA. L’infiammazione acuta è la reazione più rapida dell’organismo ad un insulto, come un’infezione, batterica o virale (incluso il SARS-CoV-2).

INFIAMMAZIONE CRONICA (DI BASSO GRADO). L’infiammazione cronica sistemica di basso grado è una condizione patologica diffusa ed in continuo aumento, legata a fattori ambientali, tra i quali lo stile di vita è un importante contributore. Si tratta, infatti, di un processo infiammatorio strettamente correlato con:

  1. alimentazione non bilanciata
  2. scarsa / assente attività fisica
  3. stress e alterazione dei ritmi biologici.

Alcuni dei fattori di innesco di questa condizione sono: surplus calorico, acidosi metabolica latente, iperinsulinemia, disbiosi intestinale, carenza di fibre, squilibrio omega-3 / omega-6). Questi possono compromettere lo status di benessere e portare, nel tempo, alla comparsa di patologie croniche, tra cui obesità, diabete tipo 2, neoplasie maligne e malattie neurodegenerative.

Al contrario, un’adeguata alimentazione, che preveda un basso carico glicemico, un adeguato introito  di fibre, oltre che di acidi grassi omega-3, contribuisce ad abbassare significativamente i markers infiammatori e ad assicurare all’organismo composti bioattivi aventi proprietà antinfiammatorie.

Evidenze scientifiche suggeriscono che, in particolare, frutta, vegetali e legumi contengono elevate quantità di molecole antinfiammatorie, essendo un serbatoio incredibile di molecole funzionali, oltre che di vitamine e sali minerali. È dunque raccomandato il loro consumo giornaliero, secondo le linee guida, ossia 5 porzioni al giorno di frutta e verdura, rispettando la stagionalità, la territorialità e variandone i colori.

vegetali

Fonti principali di omega-3 sono rappresentata dal pesce, soprattutto salmone, sardine, tonno, merluzzo, pesce spada, aringhe, sgombro e pesce azzurro in generale. Fuori dall’ambiente marino sono da annoverare frutta secca e oleosa (come noci, mandorle e nocciole), semi (come semi di chia, di zucca, di lino, di sesamo) e alghe, ma anche legumi, cereali e alcuni tipi di verdure a foglia larga sono fonte, seppur secondaria, degli acidi grassi buoni in questione.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

Una quarantina di giorni in quarantena. Come gestire la fame

Stiamo vivendo, da circa 40 giorni, una “nuova vita”. Tra le mura domestiche a causa dell’emergenza COVID-19, fattori stressogeni rischiano di alterare il nostro rapporto con il cibo. Quest’ultimo assume connotazioni più psicologiche che biologiche, divenendo conforto e rifugio, piuttosto che energia e mezzo per soddisfare le esigenze metaboliche. In altre parole, l’atto del mangiare può realizzarsi in risposta alla cosiddetta “fame nervosa”.

Che cos’è la fame nervosa?

Mentre la fame biologica dipende da un “vuoto gastrico” ed ha lo scopo di assicurare al nostro organismo il fabbisogno calorico giornaliero colmando deficit energetici, la fame nervosa è la tendenza a mangiare cibo secondo uno stimolo che potremmo definire “vuoto emotivo”, con il fine ultimo della “compensazione”. I fattori psicologici da cui ha origine possono essere sentimenti negativi quali ansia, stress, paura, noia e tristezza. L’emergenza sanitaria attuale e il contesto che viviamo sono terreno fertile per questi input: il cibo, stando a casa, è a portata di mano e diventa “valvola di sfogo”, diventa “comfort food”.

Quali sono le conseguenze e i rischi della fame nervosa?

Il valore del cibo come “cura” ha radici nel nostro essere. L’atto del nutrire si configura un atto d’amore a partire dall’allattamento, fonte nutrimento fisiologico e mezzo con cui la mamma si “prende cura” del nascituro. Tutto questo è vero, ma vedere e sentire il cibo come fonte irrefrenabile di gratificazione di paciere, può alterare il nostro comportamento alimentare, fino a creare vere e proprie “dipendenze”. Quando a guidare le nostre scelte alimentari sono i sentimenti, siamo portati, in virtù di meccanismi che regolano la fame e la sazietà finemente modulati da ormoni a livello centrale, a consumare cibi ipercalorici, caratterizzati da “calorie vuote” e da un alto contenuto di zuccheri, sali e grassi “cattivi”. Non solo stimoliamo continuamente la fame, ad esempio per aumento della glicemia e continua stimolazione dell’insulina, innescando un ciclo che si autoalimenta, ma rischiamo di peggiorare tutti i parametri metabolici. Il cibo che consola può diventare cibo che danneggia il nostro equilibrio corporeo. È chiaro che questo succede se l’atteggiamento errato è costante, non si tratta di un effetto che si innesca se ci concediamo una cena sfiziosa o qualche pezzetto di cioccolata qua e là durante la settimana.

Quali sono gli “strumenti di difesa”?

  1. Consapevolezza e autoanalisi. Imparare a distinguere la fame emotiva da quella biologica: oltre che “sentire lo stomaco” uno strumento importante può essere rappresentato dal diario alimentare. Scrivere ciò che si mangia può essere la strada per la presa di coscienza degli errori e per tenere a mente il timing dei pasti: se mangiamo un’ora dopo aver terminato l’ultimo pasto, è altamente improbabile che la nostra sia una fame biologica.
  2. Pianificazione della giornata alimentare. È importante definire i pasti giornalieri per non rischiare di operare scelte dell’ultimo momento. Cerchiamo di far passare massimo 12 ore tra il primo pasto e l’ultimo pasto della giornata e di consumare 5 pasti al giorno. Pianifichiamo la nostra giornata cercando di non alterare il nostro “orologio biologico”: i ritmi biologici del nostro corpo, quali l’attività del cuore, del fegato, le secrezioni gastriche e intestinali, si adattano a quelli imposti dall’alternanza luce/buio, sonno/veglia, grazie al lavoro meraviglioso e instancabile di alcuni tipi cellule cerebrali.
  3. Spesa consapevole. Ognuno di noi conosce i suoi “punti deboli”, ossia i “cibi scatenanti”. Evitiamo di comprare questi alimenti. Se proprio non riusciamo a non portarli a casa, cerchiamo di creare alternative pronte e più salutari: teniamo sempre in frigo verdura cruda tagliata e pronta al consumo. Magari non abbiamo voglia di pulire gli ortaggi, ma se sono già pronti, eliminiamo un motivo per non scegliere questi nei “momenti no”.
  4. Qualità versus quantità. Approfittiamo del tempo a disposizione per preparare pasti più elaborati e raffinati, puntando alla loro qualità piuttosto che alla quantità. Concentriamoci sulle materie prime, sui metodi di cottura e sui condimenti. Eleviamo il cibo ad “esperienza di valore”, in quanto colmo della nostra fantasia e della nostra attenzione.
  5. Separazione spazio-temporale. Dedichiamo tempo all’atto del mangiare, non facciamolo mentre siamo davanti al PC o davanti alla TV o sul divano. Consumiamo cibo in cucina, seduti in tavola e, a pasto concluso, rechiamoci in bagno per lavare i denti.
  6. Gusto amaro come anti-fame naturale.  Ci sono alimenti che attivano quel meccanismo neuro-ormonale che comunica al cervello la nostra sazietà. Oltre alla fibra, possiamo puntare a piccole quantità di cioccolato fondente (amaro) o al caffè amaro, ma soprattutto alle verdure amare, quali cicoria, scarola, rucola, radicchio, ma anche a cavoli, cavolfiori, carciofi e asparagi.
  7. Tecniche di distrazione. Quando la fame si fa sentire e non è il momento di mangiare, è utile distrarsi compiendo altra azione gradita, quale può essere telefonare un’amica, videochiamare un familiare lontano, fare un bagno caldo, praticare attività fisica, scrivere, leggere e dedicarsi ad attività creative e rilassanti per le quali si ha sempre poco tempo.

Stagionalità e qualità nutrizionale di frutta e verdura

Stagionalità e territorialità dei prodotti dovrebbero essere colonne portanti sulle quali scegliere ogni giorno cosa portare in tavola. Sono, infatti, aspetti che consentono di massimizzare la qualità dei nutrienti, così come gli aromi, i sapori, gli odori e la serbevolezza.

In qualsiasi momento dell’anno, tuttavia, è possibile reperire tutte o quasi tutte le tipologie di vegetali disponibili. Per arrivare sulle nostre tavole, i vegetali fuori stagione non seguono il loro ciclo naturale, ma vengono coltivati in serre, spesso raccolti prima della completa maturazione, processo che ostacola l’arricchimento dei principali nutrienti. Al contrario, scegliere di consumare vegetali portati a completa maturazione naturalmente, grazie ai raggi solari, vuol dire diversificare e ottimizzare l’apporto di vitamine, sali minerali e fitonutrienti secondo le leggi di “Madre Natura”.

Le nostre esigenze nutrizionali sono diverse a seconda della stagione e i prodotti che la terra mette a disposizione cambiano in risposta a tali necessità. Nel vivo della stagione invernale, caratterizzata dai malanni di stagione, non è affatto un caso che siano a disposizione frutta e ortaggi dalle molteplici proprietà, tra le quali soprattutto antiossidante e immunostimolante: basti pensare alla vitamina C. È il periodo, infatti, degli agrumi, ma anche delle mele e delle pere, così come della zucca, delle bietole, dei broccoli, degli spinaci, delle cime di rapa, della rucola, delle carote, dei porri, del radicchio e così via. Pensiamo alla stagione estiva: la natura offrirà vegetali ricchi di sali minerali e acqua, in grado di assicurare l’azione idratante, necessaria per far fronte alle elevate temperature, così come vegetali contenenti molecole in grado di proteggere pelle e occhi dai raggi solari.

Il valore essenziale della stagionalità è un dono di “Madre Natura” che non ci resta che cogliere e sfruttare, a tutto vantaggio della nostra salute.

Il Piatto sano

Il “Piatto Sano” o “piatto di Harvard” è stato creato dagli esperti di nutrizione dell’Università di Harvard.

Il principio che vi è alla base è quello di mettere in un piatto la  piramide della dieta mediterranea, componendo un pasto sano ed equilibrato.

Metà del piatto spetta ai vegetali, di stagione, da agricoltura biologica e di tanti colori.

Un quarto del piatto è riservato a cereali integrali e un quarto ad una fonte di proteine sane, da carne e pesce magro o da legumi. Non trovano spazio nel piatto sano cereali raffinati, né carni grasse e trasformate, mentre costituisce ottima fonte alternativa di proteine, oltre che di grassi sani, la frutta secca oleosa. La scelta dell’olio extravergine di oliva come grasso da condimento delle pietanze è un tocco di salute aggiuntivo.

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A tavola con gusto, a tavola con salute!